domenica 30 agosto 2009

Siamo fatti di ossa e sogni

Sono nata a dicembre, era la vigilia di Natale. Mio padre era così felice e impreparato quel giorno che all’anagrafe si dimenticò che era il 24 del mese e non il 23 come fece scrivere all’impiegato dell’ufficio.

“Vorrà dire che festeggeremo due giorni di fila!” diceva sempre quando mia madre gli ricordava quel giorno così concitato.

Ero piccola, magra, avevo sempre poche forze e mangiavo poco: presi la polmonite a due mesi e da quel giorno tutti presero a chiamarmi Nani, ero la piccola di quella famiglia. Quando ero bambina, la sera per scaldarci e far passare le serate lente e fredde, tutte le donne di casa stavano assieme in cucina vicine alla stufa. Mia madre mi copriva sempre con la coperta di lana, mi pizzicava la pelle, me lo ricordo ancora. Le mie sorelle e io guardavamo mia zia e mia madre lavorare svelte con piccoli ferri aguzzi per fare le calze, mani piccole e veloci. Mia sorella più grande, Caterina, poteva tenere in mano il gomitolo di quella lana spessa, ruvida, ma così calda d’inverno. Ada e io invece, più piccole, stavamo lì ad ascoltare e a registrare nella mente quei gesti. La sera, in camera, strette nel nostro letto per accumulare tutto il calore dei nostri piccoli corpi, copiavamo le loro frasi, facevamo il verso a tutta quella femminilità che non potevamo ancora capire ma che presto sarebbe diventata altrettanto nostra.

Di quelle sere mi ricordo che era bello aspettare il momento in cui mio padre scendeva le scale dal piano di sopra, entrava in cucina e ci richiamava all’ordine. Lavorava di notte, attaccava alle dieci tutte le sere. Per lui cominciava una nuova nottata di lavoro, doveva cenare, parlare con mia madre per il giorno dopo, lasciarle i soldi per la spesa: noi uscivamo dalla stanza con mia zia, in cucina mia madre stava già scaldando l’orzo o la polenta per mio padre. Noi cenavamo molto presto quando ancora lui dormiva ma lo stesso mi ricordo il profumo della polenta che si abbrustoliva sul fuoco e il mio stomaco che gorgogliava per quella nuova fame serale. Il suo rito era battere le mani e dirci “A letto signorine, la notte è per i grandi, i ladri e i matti come me!”.

Mia madre socchiudeva la porta, portava in tavola il piatto, si sedeva vicino a mio padre, parlavano a bassa voce: da piccola e fino a che mio padre ha fatto il turno serale, non ho mai assistito a quel pasto privato e serale tranne una volta in cui mia zia si era addormentata presto e io ero sgattaiolata giù per le scale, scalza. Avevo intravisto lo sguardo di mia madre che seguiva con il cucchiaio immerso nella zuppa, portato alla bocca, riportato nel piatto: c’era devozione in quello sguardo, era il modo di mia madre di portare a tavola ogni giorno l’amore che provava per mio padre.

Sono nata così, in una famiglia che si voleva bene senza tanti discorsi.

mercoledì 5 agosto 2009

lunedì 27 luglio 2009

Mi dispiace

Mi dispiace deludere le persone, è una cosa che mi addolora profondamente.
E, in questo caso, lo dico solo perchè sto deludendo i miei 4 lettori non mantenendo la promessa di un blog culinario, ma anche perchè è quello che mi sembra di vivere di fronte agli errori a cui, inevitabilmente, sono sottoposta da quando lavoro.

Mi sento una bambina di fronte agli errori: vivo le cose come a scuola o, peggio, come se fossero i miei genitori quelli che mi puniscono.
Il prossimo salto educativo che mi aspetta è riuscire a prendermi le mie responsabilità da persona adulta, e non da eterna bambina. Dal mio gergo devono uscire le parole "punizione" e "colpa"e tutta questa famiglia di significati.
Di certo, rispetto agli errori, c'è che sbaglio a pensarla così e a pensare che sia una mia responsabilità essere sempre all'altezza della situazione.
E poi io odio sbagliare, è l'altro lato della medaglia: non so sbagliare in modo costruttivo e mi costa tantissimo sbagliare.

Poi si insedia in me il percorso dannato dell'orgoglio ferito e quel senso sottile di umiliazione e di "sbagliato" (sentirsi "sbagliati", come fuori posto) che mi getta definitivamente in pasto al pensiero di essere solo quello per gli altri, di diventare quello che sbaglio.

Io divento quello che sbaglio e mi sento sotto osservazione e sbaglio ancora a catena: insomma, la vivo malissimo, davvero malissimo.
Vorrei solo trovare qualcuno che mi guidi e mi insegni a essere una persona più umile a volte e più forte in altre occasioni: è così difficile trovare qualcuno che mi insegni a portare al massimo quello che sono?
Solo quella parte bella di me, che mi fa essere un essere umano completo, una vera creatura con un pezzetto di divino dentro di me e dentro le cose che faccio.

Tutto qui. Mi manca una guida, voglio una guida che mi accompagni per un pezzo e poi mi lasci essere solo quello che sono.
Perchè mi sento incompleta, mi sento poco rappresentata dalle mie azioni di questo periodo, ogni tanto temo davvero di uscire in superficie solo per gli errori che faccio.
Gli altri si accorgono di me solo quando sbaglio, possibile? (Domanda retorica, 4 lettori, lo so).

Tutto qui, tutto qui: è una brutta serata, avevo solo bisogno di condividerla con me stessa e con voi. Chi mi conosce lo sa che poi mi passa.
Come è venuto, passa.

giovedì 2 luglio 2009

Il lavoro nobilita l'uomo

Insomma, così non si fa.
Mi sono sentita sola e abbandonata (e quanto ci piace commiserarci a noi ragazze a volte è l'unica cosa che ci tira su...)

Niente, è lavoro ragazzi. E' solo lavoro e non vale la pena di preoccuparsi per il lavoro, lo so.
Però non è giusto lo stesso far lavorare così le persone.
Domani colbacco e maglietta con il Che. Si il produttore di magliette, proprio lui.

A tempi migliori quando mi tornerà la voglia di sentirmi una giovane ragazza milanese (brivido di piacere autocommiserativo!)

Vi lascio con questo link che mi segnala il mio ragazzo http://www.wolfstep.cc/1350/aziendalismi/

sabato 20 giugno 2009

Molte idee

Ho molte idee in questo periodo: la mia mente se le cura per mantenere viva la sensazione di non essere un ligio impiegato della pubblica amministrazione. La ligia stagista.

Ho idee che si concentrano soprattutto sulla bellezza delle piccole cose e sulla ricchezza di scenari normalmente impercettibili e apparentemente insignificanti. Nella citta, della città, della vita di chi lavora, della vita di chi come me scopre una nuova città.
A volte mi sembra di essere "in prestito" e un po' al traino degli eventi: vorrei riuscire a imporre di più agli eventi la mia, di vita.
Credo passerà.

E l'idea del mio libro, me la cullo come un bambino. Nei giorni più difficili in cui sono più stanca e mi pesa di più l'assenza di spazio-tempo, mi cullo la mia storia, il mio personaggio, la mia idee bucolica di me davanti al pc con la tazza di tè e il vasetto di margherite sulla scrivania, a scrivere come la signora in giallo, con la faccia serena e decisa di chi ha trovato il filone giusto. E ha la scrittura dalla sua parte. Esprimersi, è una cosa davvero difficile a volte.

Le idee per i miei post galleggiano e riemergono random: ne esiste una lista cartacea.
Piano piano, la depennerò.

Cucina? Spiedini in microonde per ora: abbiate pietà, ho due fornelli, 40 mq e una coinquilina.
Milano, a volte dà a volte prende. Io sono nella fase in cui sta prendendo parte della mia libertà d'azione pratica, quotidiana, logistica.
Ma mi sta dando la sensazione che sono intelligente, che so fare le cose, che c'è chi mi apprezza per quello che faccio.
Aver fatto questa scelta non è tuttora facile, a volte, mi stanca molto: ma sono felice di averla fatta.

Il mio tavolino con la tazza di tè e con le margherite nel vasetto sono sempre lì pronti.

martedì 16 giugno 2009

Latito.

Latito.

mercoledì 20 maggio 2009

Epifanie in ufficio

Se utilizzi gli straordinari a recupero come giustificativi per un permesso di uscita è come se utilizzassi lo scontrino di resto di un buono pasto per pagare il pranzo o parte di esso!

Ho scoperto che un ufficio è una piccola società, lavorare è un piccolo mondo con tutti i suoi personaggi, i suoi segnali stradali, i suoi percorsi e le sue abitudini e stigmatizzazioni.
Ho scoperto che quando hai un'idea devi dirla (subito!) perchè magari è davvero buona e che, è proprio così, solo chi non lavora non sbaglia. Che non si deve mai dimenticare che, prima di tutto, quello che hai davanti a te è una persona e non solo un collega.
Che non sempre chi è il tuo capo necessariamente sa cosa fare e come farlo solo per il fatto di essere il capo: forse, sta imparando esattamente come te.

Ovviamente non potevo che pubblicare in orario di ufficio, le mie Epifanie.